NEGRONI: 100 BRINDISI IN 100 ANNI DI STORIA.

Il 1919, presunto anno di nascita del cocktail, appare come una data fittizia. Una convenzione che ci si è dati per tagliare corto. Sull’anagrafica del Negroni abbiamo interpellato il ricercatore più appassionato, scrupoloso e intransigente. È Luca Picchi, autore della monografia “Negroni Cocktail una leggenda italiana”. «Non c’è scritto da nessuna parte che il Negroni sia nato esattamente nel 1919.

La forbice temporale della sua nascita va dal 1917 al 1920. Per risolvere la questione della datazione ho fatto riferimento a un documento specifico. La lettera, datata 13 ottobre 1920, dell’antiquario Francis Harper, confidente del conte Camillo Negroni. Nella missiva Harper raccomanda all’amico di non bere più di 20 Negronis al giorno».

La forbice temporale

Per Picchi è la prova inconfutabile che colloca la nascita del cocktail prima di tale data e più precisamente tra il 1917, anno in cui il barman Fosco Scarselli riesce a raggiungere Firenze dalla prigionia in Germania, e il 1920. Interrogato sul tema quattro decenni dopo Scarselli cita testualmente in un’intervista apparsa su Gente il 30 novembre 1962.  «A quei tempi al Casoni di Firenze era di gran moda bere l’americano. Beveva l’americano anche il conte Camillo Negroni, ma lo voleva un po’ più robusto. Io gli aggiungevo qualche goccia di amaro. (…) La sua abitudine di aggiungere qualche goccia di amaro all’americano a poco a poco contagiò gli altri clienti.

Venivano da me e mi chiedevano un cocktail come quello del conte. Poi dopo un po’ cominciarono a dire soltanto: un Negroni». No, nessun refuso, in questa intervista si dice due volte “amaro” al posto di gin, due volte gocce al posto delle tre celebri parti uguali a cui siamo tutti abituati. Com’è possibile che il barman abbia dato o che il giornalista abbia riportato una versione diversa? Tanto più che l’anno prima il Negroni era finito tra i 50 drink della prima cocktail codificazione Iba nella versione conosciuta da tutti noi. Andiamo avanti. Tra gli anni Venti e il 1939 abbiamo un buco tempo temporale.

Il nome del cocktail “Negrone”, scritto così probabilmente per facilitare la pronuncia agli americani, appare per la prima volta nel ricettario Cuna del Daiquiri. Nella lontanissima Cuba. Evidentemente il drink aveva valicato i confini nazionali e continentali per rimbalzare prima negli Stati Uniti e di riflesso nella meta più glamour dei turisti americani del tempo: L’Avana. Proseguiamo.

Perché nella nostra ricostruzione ci sono ancora tanti interrogativi. Il primo ricettario in Europa a citare un cocktail praticamente identico al Negroni è L’Heure du Cocktail di Requien e Farnoux-Reynaud (stampato nel 1927). Il drink, pensate un po’, si chiama Mussolini ed è stato creato da un certo Charlie Castelloni dell’Ermitage di Parigi. Che in realtà è il lodigiano Carlo detto “Charlie” Castellotti e nella capitale francese è una specie di pop star. Domenico Maura, autore di una ricerca unica sui barman italiani che hanno fatto la storia, scrive che Castellotti riceveva 7.000 cartoline ad ogni Natale dai suoi clienti. Nel 1936 Elvezio Grassi in Mille Misture cita un altro drink del tutto simile al Negroni.

È un certo “Tortoni Cocktail, specialità del Caffè Tortoni di Buenos Aires, anno 1912”. Che il Negroni fosse già diffuso grazie alle prime migrazioni di italiani in Argentina? Dobbiamo arrivare al 1949 per trovare la prima menzione scritta del Negroni in un ricettario europeo. In El bar: Evolucion y arte del Cocktail di Brucart la ricetta del Negroni recita: ¼ de vermut italiano, 2/4 de Campari, ¼ de gin. A questi buchi temporali fa da contraltare l’enorme successo e diffusione del drink a partire dal Dopoquerra e, ancor di più, dal decennio che seguì: quello della Dolce Vita. Orson Welles, nel 1947 è a Roma e scrive a un giornale americano raccontando del Negronis: “Il bitter è eccellente per il fegato, il gin gli fa male. Insieme si equilibrano”.

Nel 1950 Ernest Hemingway cita il Negroni nel romanzo Di là dal fiume e tra gli alberi. E lo scrittore Ian Fleming lo fa bere nel racconto Risiko (parte dell’opera For your eyes only) all’agente 007. Il resto è celebrazione quotidiana. Con le rivisitazioni eccellenti (Cardinale di Giovanni Raimondo, Roma, 1950 e Negroni Sbagliato di Mirko Stocchetto, Milano, 1972) e le migliaia di twist on classic dei bartender di tutto il mondo

La storia del Negroni: Martini&Rossi

Inizialmente questo cocktail nato nei bar fiorentini circa 100 anni fa, veniva chiamato “un Americano alla maniera del conte Negroni”, in seguito divenne semplicemente, per tutti, il Negroni.

Il Negroni, nato a Firenze in un giorno imprecisato del 1919, è giunto immutato, dopo quasi un secolo, ai giorni nostri.

Narra la leggenda che il conte Camillo Negroni, personaggio eclettico della nobiltà fiorentina, avesse chiesto al bartender Fosco Scarselli della drogheria e profumeria Casoni, in via De Tornabuoni di “irrobustire” il solito Americano

L’americano era ai tempi, un cocktail molto alla moda preparato mixando vermouth, bitter e soda.

Camillo indicò al suo bartender di fiducia, la bottiglia del gin.

Voleva “rafforzare” il grado alcolico del cocktail, senza alterarne il colore.

Nacque così il Negroni.

Classica versione Martini Negroni

La ricetta del Negroni ancora oggi rispecchia l’originale. Gli ingredienti sono di assoluta qualità.

Martini Riserva Speciale Rubino – Vermouth di Torino, IGP

Martini Riserva Speciale Bitter

Gin Bombay Sapphire.

Negroni Ambrato

La versione ambrata del Negroni vede il cambio del primo ingrediente ed è preparata con:

Martini Riserva Speciale Ambrato – Vermouth di Torino, IGP

Martini Riserva Speciale Bitter

Gin Bombay Sapphire

Ambrato Classico

Le testimonianze e l’Archivio Storico Martini

Dall’analisi dei Libri Mastri conservati presso l’Archivio Storico Martini è possibile ricostruire l’elenco dei clienti fiorentini di Martini & Rossi sin dagli ultimi decenni dell’Ottocento.

I Caffè più importanti di Firenze, quali Gilli, Doney e Casoni, acquistavano il Vermouth Martini.

Una fattura datata 29/11/1916 emessa da Martini & Rossi verso Gaetano Casoni, riporta un addebito di 333 lire per l’acquisto di 206 litri di vermouth, quantitativo veramente notevole in quell’epoca.

La storia del cocktail Negroni si intreccia a quella dell’azienda Martini fin dalle sue origini.

Emblematica, ad esempio, la testimonianza dello storico barman Mauro Lotti, che così ricorda: “A Firenze, negli anni ‘50 i bar più importanti di Piazza della Repubblica avevano per primi ripreso le loro attività dopo la guerra, come sempre ospitando la migliore clientela della città.

Al Gilli lavorava mio padre Geraldo Lotti, il Barman più seguito dalla clientela.

A quei tempi, tutti bevevano Negroni e lui lo faceva con Martini Rosso.

I suoi Negroni erano davvero speciali al punto che tutti volevano che fosse sempre lui a prepararli.

“Ricordo che quando si accingeva a farlo prendendo in mano il bicchiere, il tono delle voci dei clienti attorno al bar piano piano si abbassava, fino a raggiungere il silenzio totale al momento dell’ultimo gesto, quello di aggiungere uno schizzo di selz che, come un piccolo uragano, rimescolava ghiaccio e liquidi senza utilizzare il cucchiaio.” dice Mauro

Questo gesto era vissuto come un atto liberatorio e tutti rincominciavano a conversare consapevoli di avere assistito al piccolo miracolo del Negroni del Lotti.

Oggi, al Caffè Torino, Negroni ed Americano, vengono mixati solo con i prodotti della gamma Martini Riserva Speciale.

Questi prodotti sono sapientemente creati con ingredienti selezionati dal Master Herbalist Ivano Tonutti.

Tra le componenti utilizzate figurano tre varietà di Artemisia coltivate a Pancalieri, un piccolo paese rurale alle porte di Torino, la Camomilla Romana che apporta note aromatiche al vermouth e il Sandalo Rosso proveniente da Sud Africa e India, che conferisce il tipico color Rubino alla variante MARTINI Riserva Speciale Rubino.

La base alcolica è prodotta con vini piemontesi di alta qualità come il Moscato d’Asti e il Nebbiolo.

La lavorazione segue la ricetta originale trasmessa per oltre 150 anni da una generazione all’altra, fino ad arrivare oggi al Master Blender, Beppe Musso.

Indietro